Ciò che tradizionalmente viene conosciuto come ‘’intolleranza alimentare’’ ha le radici della definizione in un insieme di sintomi e segni clinici che coinvolgono in primis l’apparato digerente (e soprattutto l’intestino) ma non solo: disturbi cronici dell’apparato cutaneo ed i suoi annessi, le carenze (con le proprie manifestazioni) del sistema immunitario, le varie patologie croniche infiammatorie muscolo-articolari, l’emicrania possono essere originate da una condizione di intolleranza dell’organismo verso uno o più alimenti.
Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha continuato a far luce sull’argomento: innanzitutto confermando la classificazione e con essa la differenziazione delle reazioni avverse da cibo in 2 grandi classi:
Ad oggi, la ricerca scientifica ha fatto grandi passi avanti e il concetto di ‘’intolleranza alimentare’’ è stato revisionato ed aggiornato: nell’ottica delle ultime scoperte scientifiche viene espresso nella categoria delle reazioni avverse da cibo con manifestazioni infiammatorie da accumulo (come conseguenza alla costante ed eccessiva esposizione dell’organismo a certi tipi di alimenti).
Per definizione, la dermatite atopica (DA, eczema atopico; conosciuta anche come neurodermite o neurodermatite) è una malattia dell’apparato cutaneo ed i suoi annessi; una condizione patologica complessa su base genetica e immunologica e con decorso cronico-recidivante.
E’ una malattia ad eziologia multifattoriale: i fattori che ne inducono la comparsa e ne scatenano le recidive sono molteplici e coinvolgono
Spesso chiamata ‘’eczema’’, la dermatite atopica è la malattia infiammatoria cutanea più comune nel mondo, con un tasso d’incidenza del 10-20% nei bambini (con esordio sin dai primi 6 mesi di vita) e del 5-10% negli adulti; il sintomo preponderante è il prurito: intenso, spesso precede la comparsa dell’irritazione e lesioni cutanee ed è peggiorato dall’esposizione all’aria secca ed allergeni, quando sottoposti a stress emozionali, o quando si indossano indumenti di lana o materiale sintetico.
A rispondere a questa domanda vi stanno le evidenze scientifiche dagli studi clinici ed epidemiologici raccolti negli ultimi tempi a livello globale: prendendo l’esempio del latte, è stata confermata l’ipotesi secondo la quale la poca tollerabilità gastrointestinale all’assunzione eccessiva e costante si estende non solo al mero consumo del latte ma a quello dell’intero gruppo di alimenti derivati dal latte (latticini, formaggi freschi e stagionati, panna, yogurt, burro etc; anche se con diversi gradi di importanza riguardo all’infiammazione derivata).
L’errore in cui ci si imbatte valutando l’impatto di un solo alimento nella dieta consiste proprio nel fatto di non considerare la presenza dei derivati di quel alimento anche negli altri cibi – siano freschi, semi-preparati o cotti; ancora di più se si parla della categoria degli additivi e conservanti.
Ad oggi, in Europa, i grandi gruppi alimentari rilevanti per la valutazione del grado d’infiammazione da cibo sono così suddivisi:
Di seconda importanza ma di impatto sempre crescente nella vita quotidiana c’è il gruppo dei salicilati naturali (che possono indurre reazioni come orticarie, riniti, eczemi, poliposi) e quello degli alimenti ad alto contenuto di sale (ad oggi poco rappresentato dal punto di vista epidemiologico, anche perché questi alimenti sarebbero già classificati in altre categorie).
In questo gruppo vi entrano a far parte i cereali quali frumento (il grano sia duro che tenero), orzo, farro, kamut, segale – in pratica tutti i cereali contenenti glutine; l’avena è considerata a parte, a scopo precauzionale (per rischio di contaminazione con altri cereali, durante l’elaborazione delle farine).
In una dieta alimentare e nutrizionale a riduzione/rotazione, per far rientrare la tolleranza al frumento e cereali correlati, si dovrà tener conto dell’assunzione di cibi quali
Per la sostituzione nella dieta di questi alimenti, vengono indicati cereali e leguminose quali riso, miglio, grano saraceno, mais, quinoa, amaranto, soia.
La reazione alle proteine del latte e più in generale alle proteine di origine bovina consiste in risposte infiammatorie diffuse con coinvolgimento di tutto il corpo e non solo dell’apparato digerente. In questo gruppo di alimenti sono introdotti
In questa categoria rientrano non solo i lieviti (di cui il lievito di birra è il più conosciuto) ma anche per estensione tutti i cibi ottenuti o sottoposti a fermentazione
L’incidenza della cosiddetta intolleranza al nichel è aumentata esponenzialmente nell’ultimo decennio: ormai non più solo come reazione allergica o di iper-reattività cutanea (dovuta a contatto diretto come l’indosso di braccialetti, collane, orecchini ecc) ma sempre più diffusa come reazione d’infiammazione intestinale ed extra-intestinale da accumulo; ancor più marcata negli ultimi tempi, per via dell’utilizzo di grassi idrogenati vegetali nella produzione alimentare industriale.
In questa categoria di alimenti sono introdotti
Oggi si sa che la cottura di un olio modifica in varia misura la struttura degli acidi grassi che lo compongono: più alta è la temperatura della cottura, più alterazioni irreversibili si avranno nella composizione dell’olio. In una dieta alimentare restrittiva, lo specialista indicherà di tenere sotto controllo tutti i tipi di oli utilizzati in cucina, prediligendo l’utilizzo al freddo e preferendo per cucinare olio con alto indice termico (resistenti alla cottura).
Il test dell’infiammazione da cibo con componente genetica e profilo alimentare individuale si propone come un utilissimo strumento per evidenziare in modo scientifico e documentato le cause dell’infiammazione e dei sintomi correlati per poter in seguito stilare un piano alimentare e nutrizionale personalizzato atto a recuperare e riequilibrare lo stato di salute della persona.
A cura della Dr.ssa Afrodita Alexe
Fonti essenziali